Storia

Il curioso nome nasce da una scommessa di Vittorio, il titolare, che ha deciso di dare una “mossa” alla sua vita e di rimettere in piedi con le sue mani una vecchia casa diroccata. Tutto questo all’insegna del motto: “Non mollare mai, la volontà paga sempre perché il tempo è oro e non c’è un minuto da perdere”.
Il locale nasce nel 2005 come Crescenteria: la crescentina è un prodotto povero e, come da filosofia Sbrigati, è veloce da fare, sfama ed è di buon gusto.
Anche se nel tempo la Crescenteria si è evoluta ed è diventata ristorante, la crescentina è e rimane un piatto vincente che non manca mai.

Vittorio racconta l’origine del curioso nome della sua locanda di Guiglia ed i segreti del piatto tradizionale, dalla cottura sui soli al condimento

«Fino a quarant’anni a-i-ho durmìi, i m’han seimper ciavèe tot… poi una mattina mi son svegliato e mi son detto: Vittorio dèsdet, cl’è ora, dàt ‘na mòsa».

È così che nasce il curioso nome della Locanda Sbrigati, in pieno centro a Guiglia, da una vecchia casa diroccata che il titolare Vittorio, ex pompiere, ha rimesso in piedi con le sue mani.

Si potrebbe dire che Vittorio, come il borlengo, affonda le sue radici nella cultura e nei valori della tradizione del posto: gente – quella della Valle del Panaro – dalla straordinaria forza della semplicità, gente schietta e diretta, che le cose non te le manda certo a dire.

Il locale, molto suggestivo con uno splendido camino nella sala principale, nasce come “crescenteria”: «Il gnocco e le tigelle qui sono come il pane e il companatico» spiega Vittorio, che da due anni ha introdotto nel suo menù anche la tradizione del borlengo dedicando a questo piatto uno spazio ad hoc dotato di tutti gli strumenti di una volta, necessari per produrne fino a sessanta borlenghi all’ora seguendo la ricetta della Pro Loco.

Si parte dai fuochi, ben dieci, con i relativi soli perfettamente stagnati dato che «il sole noi non lo ungiamo mica prima di fare il borlengo, la padella viene spurgata, ci mettiamo un centimetro circa di strutto perché lo stagno deve pulirsi e poi una volta pulito si cominciano a fare i borlenghi: il primo non viene benissimo, il secondo sempre meglio, e così via via».
Sette minuti: è il tempo ideale che ci vuole per fare un buon borlengo alla Locanda Sbrigati.

Alcuni segreti ce li svela anche “al burlenghèr” Luigi, cugino della mamma di Vittorio e maestro borlengaio di Guiglia: la manualità, ad esempio, in quella che si presenta come una vera e propria danza facendo roteare la pesante padella, e poi il fuoco che deve andare piano «perché quando il borlengo si macchia vuol dire che il fuoco è troppo alto e allora dev’essere calibrato bene». Senza dimenticare la cùnza: «La facciamo con lardo, pancetta, aglio schiacciato in abbondanza e rami interi di rosmarino, bisogna cuocerla mezz’ora perché deve friggere bene, poi ci vuole il Parmigiano-Reggiano stagionato non oltre 24 mesi altrimenti gli viene il pizzico e copre il sapore della cùnza» precisa Vittorio.

Tratto da

“La disfida del borlengo”

Edizioni Artestampa